Il fenomeno bullismo nell'era dei social network, profili civili, penali e di pubblica sicurezza.
Genova, 21 dicembre 2016.
Centro di Cultura, Formazione e Attività Forensi.

Il comunicato ai legali il verbale che reca l'orientamento del Tribunale
Il Presidente della Sezione Famiglia del Tribunale di Genova, nell'ambito dei compiti assegnati in virtù della Circolare del Consiglio Superiore della Magistratura sulla formazione delle tabelle P. n. 19199 del 27 luglio 2011, ove è previsto ch'egli curi anche lo scambio di informazioni sulle esperienze giurisprudenziali all'interno della sezione, anziché stilare un protocollo privo di efficacia vincolante, ha optato per la pubblicazione dell'allegato verbale che recepisce la giurisprudenza della sezione.
Il documento, come espressamente osserva il Presidente nell'allegato comunicato, è finalizzato ad esprimere in via anticipata l’orientamento uniforme della Sezione per quanto riguarda la definizione di “spesa straordinaria”, da considerarsi non un punto di arrivo, bensì un iniziale spunto di riflessione per tutti gli operatori coinvolti in questo delicato settore, con l’auspicio che una maggiore chiarezza e uniformità interpretativa consenta di limitare il contenzioso in materia, ed è offerto al dibattito e ai contributi, anche critici, che i singoli legali e le associazioni forensi vorranno fornire.

Alleghiamo una recentissima ed interessante pronuncia della Corte Costituzionale (n. 213 del 23 Settembre 2016) in materia di fruibilità di permessi retribuiti concessi ai dipendenti, pubblici o privati, per l’assistenza ad un familiare disabile grave.

La Consulta si pronuncia su una questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Livorno chiamato a decidere un caso promosso da una lavoratrice che si era vista negare il diritto di fruire dei permessi previsti della Legge 104/1992 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) richiesti per assistere il convivente disabile grave.

Come noto l’art. 33 – III comma – della citata Legge (rubricato “Agevolazioni”) riconosce ai dipendenti, pubblici o privati, che assistono una persona portatrice di handicap grave che non sia ricoverata a tempo pieno, tre giorni di permesso retribuito al mese. Ma la lettera di tale norma indica quali soggetti legittimati a godere di questa agevolazione unicamente il coniuge, il parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado se i genitori o il coniuge della persona da assistere abbiano compiuto i 65 anni oppure siano affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Nel caso portato al vaglio del Tribunale livornese, quale Giudice del lavoro, il rigetto da parte del datore di lavoro a concedere i permessi retribuiti alla lavoratrice era motivato dalla mancanza di un vincolo di coniugio, parentela, affinità, trattandosi il malato di un convivente more uxorio.

Il Tribunale solleva dunque una questione di legittimità della norma citata per contrasto con gli artt. 2, 3, 32 della Costituzione “nella parte in cui non include il convivente more uxorio tra i soggetti beneficiari dei permessi di assistenza al portatore di handicap in situazione di gravità” ciò alla luce dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale che attribuiscono sempre maggiore rilevanza alla famiglia di fatto.

Il Tribunale a quo evidenzia infatti come, dal tenore letterale dell’art. 33 della Legge n. 104 del 1992, il concetto di famiglia preso in considerazione dalla norma non sia tanto quello di famiglia nucleare tutelata dall’art. 29 Cost. quanto quello di famiglia estesa nella quale sono ricompresi i parenti e gli affini sino al terzo grado, anche se non conviventi con l’assistito. La famiglia che viene in rilievo nell’art. 33 – aggiunge il rimettente – è allora quella intesa come “formazione sociale” ai sensi dell’art. 2 Cost., strumento di attuazione e garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo e luogo deputato all’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

L’inconstituzionalità dell’art. 33 L. 104/92 quindi emerge sotto un duplice aspetto: 1) per contrasto con l’art. 2 Cost. laddove la norma nega al disabile di beneficiare di una piena ed effettiva assistenza da parte del proprio convivente, pur essendo costoro parte di una formazione sociale che anche il soggetto malato/disabile ha contribuito a formare e che è sede di sviluppo della propria personalità, come tale meritevole di tutela; 2) con l’art. 3 Cost., unitamente agli artt. 2 e 32 Cost., “stante la irragionevole disparità di trattamento, in punto di assistenza da prestarsi attraverso i permessi retribuiti, tra il portatore di handicap inserito in una stabile famiglia di fatto e il soggetto in identiche condizioni facente parte di una famiglia fondata sul matrimonio”: il Giudice a quo sottolinea che tale disparità contrasta con la ratio della norma consistente nel garantire, con le agevolazioni, la tutela della salute psico-fisica della persona affetta da handicap grave nonché la tutela della dignità umana, beni primari, meritevoli di tutela ex art. 2 Cost. a prescindere da un rapporto di matrimonio o parentela.

Non è quindi in discussione la perfetta equiparabilità della convivenza di fatto al rapporto di coniugio, quanto la ragionevolezza, ex art. 3 Cost., della diversità di trattamento per quanto attiene alla particolare disciplina dei diritti di assistenza alle persone con handicap.

La Consulta in conclusione dichiara la parziale illegittimità costituzionale della norma in questione proprio alla luce delle finalità che la L. 104/92 persegue ossia la tutela del diritto alla salute psico-fisica, che comprende il diritto alla assistenza e alla socializzazione, diritti che vanno garantiti al soggetto con handicap grave sia come singolo sia come parte di una formazione sociale (ex art. 2 Cost.) con essa intendendo “ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico” in cui viene quindi ricompresa una convivenza stabile.


Paola Gatti.

Grande sezione Corte Unione Europea, 13 settembre 2016.
La Corte dell'UE sancisce un importante principio sull'automatismo delle espulsioni da stati membri in presenza di condane penali per soggetti che abbiano familiari cittadini degli stati stessi. Senza una valutazione del livello di pericolosità sociale dell’interessato non si potranno più determinare espulsioni di immigrati. Queste saranno comminate solo nei casi di una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale dello Stato membro ospitante.
Nel caso di specie, le autorità nazionali non possono negare automaticamente il permesso di soggiorno o procedere all’espulsione di un cittadino di uno Stato terzo che ha l’affidamento esclusivo dei figli, cittadini Ue, solo per la condanna penale subita dallo stesso.

Divorzio – domanda di decadenza della responsabilità genitoriale – competenza del Giudice del divorzio – sussistenza

 

Decadenza della responsabilità genitoriale – contumacia del padre nel procedimento di divorzio – presupposto costitutivo - insussistenza

 

Il Giudice chiamato a decidere sulla domanda di scioglimento del matrimonio è competente a pronunciarsi anche sulla domanda di decadenza dalla responsabilità genitoriale proposta nel medesimo procedimento.

 

Nel caso di specie il Tribunale di Milano respinge, in quanto infondata, la domanda di decadenza formulata dalla moglie, richiedente il divorzio, nei confronti del marito rimasto contumace nella procedura divorzile. Detta decadenza che comporta la recisione definitiva del legame tra il figlio ed il genitore va intesa come extrema ratio ossia come intervento rimediale sussidiario e residuale.

Ne consegue che non è presupposto costitutivo sufficiente della pronuncia di decadenza la sola irreperibilità del genitore, a maggior ragione se non sia stato accertato che la latitanza nel rapporto genitoriale dipenda da esclusive o preminenti scelte del genitore medesimo.

Tuttavia la scelta di parte resistente (il padre) di non costituirsi in giudizio esprime un completo disinteresse al fattivo esercizio della responsabilità genitoriale ed indica una verosimile scarsa adeguatezza al consapevole ruolo di genitore, il che rende necessario disporre l’affido monogenitoriale del figlio minore in favore della madre.

 

 




separazione con reciproche richieste di addebito - elevata conflittualità - episodi sporadici e temporanei di violazioni di obblighi matrimoniali in uno con l'acuirsi della crisi coniugale - rigetto delle reciproche domande di addebito

affido del figlio - ricadute psichiche – CTU – rischi – pesanti ricadute psichiche sul bambino - carente comprensione empatica nei genitori – nondimeno valorizzazione del legame affettivo instaurato – affidamento condiviso - presa in carico del minore da parte del servizio di psicologia clinica - monitoraggio del nucleo familiare da parte dei servizi sociali

provvedimenti di contenuto economico - disparità patrimoniale tra le parti – accertamento di Polizia Tributaria - atti di disposizione atti a ridurre la consistenza patrimoniale – competenze professionali potenzialmente idonee a maggiore redditività – sussistono presupposti assegno per la moglie e per il figlio

l'articolo Cassazione 20 03 2013 n. 7041 Corte d'Appello di Catanzaro, decreto 18 12 2015 Tribunale di Cosenza, decreto 29 luglio 2015 Corte di Cassazione, sentenza 8 aprile 2016 n. 6919



Il dibattito sulla riconducibilità del fenomeno chiamato dagli esperti con il nome di alienazione parentale tra le sindromi o manifestazioni cliniche scientificamente riconosciute, è destinato almeno in parte a sopirsi, in considerazione degli sviluppi giurisprudenziali, tesi, più che ad accreditare la sua riconoscibilità a livello di comunità scientifica, a constatarne l'effettiva emersione nei casi sottoposti al giudizio delle corti.

Gli esperti parlano oggi più prudenzialmente di disagio o problema relazionale, volendo evitare accuratamente le secche di una rigorosa prova scientifica in relazione alla presenza degli indicatori elaborati da Gardner, l'americano al quale si deve la scoperta del fenomeno che va sotto l'acronimo di PAS.

Certamente è esperienza presente nei casi giudiziari l'osservazione di problemi relazionali nelle coppie che si separano, e in alcuni casi di figli che rifiutano una figura genitoriale, rifugiandosi o colludendo con l'altro genitore, definito alienante.

Si assiste talvolta ad una vera e propria campagna di denigrazione dei figli nei confronti del genitore alienato che lascia esterrefatti per la singolare violenza verbale e finanche fisica.

Separazione dei coniugi - richiesta di addebito - comportamenti aggressivi e ingiuriosi - episodi confermati in sede istruttoria - domanda accolta.
Obblighi di mantenimento della figlia maggiorenne - sussistono - assenza di elementi sul quantum dei redditi dell'obbligato - soccorre valutazione complessiva del minimo essenziale per la vita - art. 147 cc - obblighi minimi ineludibili - deducibili anche in via presuntiva.




Domanda di adozione ex art. 44 lett. d l. 184/1983 del figlio della convivente – matrimonio celebrato in Islanda – parere favorevole del PM c/o TM – TM: mancanza stato di abbandono – rigetto

reclamo – mancata valutazione dell'interesse del minore – C.d.A.: ininfluente la dichiarazione di stato di abbandono – lettura sistematica e letterale della norma – non necessario l'abbandono

interesse preminente del minore: garantire la copertura giuridica a una situazione di fatto esistente da anni - concetto di vita familiare ex art. 8 CEDU